Per non dimenticare: Il silenzio assordante di un paese che ha mandato a morire i suoi soldati e non vuol pagare per ciò che ha causato

Vergogna tutta Italiana, questo articolo è per non dimenticare i nostri militari che muoiono nel silenzio assordante di un paese che non vuole riconoscere e pagare per i propri errori. 

 

da: http://malitalia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=87376

Un sms. Poche parole disperate: “Caro Enrico, sono Maria Grazia Cipriani, questa mattina Luciano è morto, la strage silenziosa di Stato va avanti inesorabilmente”. Luciano Cipriani, avevamo raccontato la sua storia il 31 dicembre, era un maresciallo dell’Aeronautica militare e aveva 47 anni. Nel suo curriculum diverse missioni all’estero, Kosovo, Afghanistan. Le guerre inutili, quelle che si combattono con bombe e proiettili all’uranio impoverito. Luciano aveva respirato a pieni polmoni l’aria di quei luoghi e calpestato le terre avvelenate dalle nanoparticelle. Senza protezioni. Caschi, maschere, tute, guanti, tutto l’armamentario che in quei teatri di battaglia usano americani e inglesi, ma che i nostri comandi, alti e altissimi, ritengono inutili orpelli.E quel veleno gli era entrato in corpo, lentamente, ma in modo inesorabile. Aveva attaccato il suo fisico possente, lo aveva piegato alle sue ragioni, quelle di un tumore che ha un nome terribile e impronunciabile: glioblastoma multiforme di IV grado. Gli aveva reso la vita impossibile. Chiuso in un letto in attesa della morte. La fine del corpo come liberazione dalle sofferenze. Luciano ha combattuto per un anno. Sballottato come un pacco postale da un ospedale all’altro. Sempre le stesse diagnosi. Senza speranza. La sua famiglia non si è arresa. È andata in Germania, ha sperimentato nuove cure, si è aggrappata ai timidi passi della scienza. Fratelli, un anziano padre e sorelle. Da soli. Senza l’aiuto di nessuno. Asl, ministeri, burocrazie, non sono mai stati dallo loro parte. Povero Luciano, vittima dell’indifferenza. Di un Paese sempre uguale a se stesso. L’Italia di Tripoli bel suol d’amore, l’Italietta di “spezzeremo le reni alla Grecia”. Eroi con la vita degli altri quando si tratta di sedersi al tavolo dei Grandi per giocare alla guerra. Andiamo nei Balcani. armatevi (male) e partite. E poi in Afghanistan, in Iraq, prossimamente in Siria e forse nell’inferno libico. A esportare democrazia. Quante balle. Buone per soddisfare i pruriti guerreschi delle alte gerarchie militari e per ridicole foto sui campi di battaglia di primi ministri in mimetica da Rambo di paese. Per il resto, missioni inutili: i Balcani sono un incubatore del terrorismo jihadista nel cuore dell’Europa, Afghanistan, Iraq e Libia ingovernabili. E i nostri militari muoiono avvelenati dall’uranio impoverito. 322 morti, prima di Luciano, 3 mila ammalati di tumore. Per tutti una lunga, estenuante battaglia legale (10 anni la media di una causa) per vedersi riconosciuti diritti elementari. Muore Luciano, come tanti altri suoi commilitoni. Nella colpevole distrazione di un Paese che ama discettare sull’ultimo film del comico del momento, sulle prodezze di questo o quell’allenatore, sul patetico botox di un’attrice. Un’Italia assuefatta e poco seria che non vuole saperne di pace e guerra. I militari muoiono. È affar loro e delle loro famiglie. Figli, madri, sorelle saranno soli nella battaglia per il diritto alla verità. (pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 9 gennaio 2016) Uranio impoverito Luciano, il cancro e lo Stato assente Come sta Luciano? “Capisce, lotta per sopravvivere, ma il corpo lo ha abbandonato. Vuole chiedermi quanto potrà vivere ancora? La risposta è speriamo ancora un po’”. La signora Maria Grazia Cipriani comprende e ci toglie dall’imbarazzo. Evita di farci fare la domanda che avevamo l’intenzione, ma non il coraggio, di farle. La vita di suo fratello Luciano, 47 anni, una moglie e due figli, è appesa a un filo. Il nemico da battere ha un nome scientifico difficile, “glioblastoma multiforme di IV grado”, è un tumore al cervello per i medici italiani impossibile da sconfiggere. Luciano vive a Roma ed è un militare, maresciallo dell’Aeronautica. La prima volta che ha indossato la divisa aveva solo 19 anni. Da allora la sua passione è diventata il suo lavoro, fino alle missioni internazionali. Kosovo, Afghanistan. “C’erano pericoli, certo, ma nessuno aveva informato Luciano e i suoi compagni dell’esistenza di un nemico invisibile: le nano particelle prodotte dalle esplosioni di bombe all’uranio impoverito. No, a quel nemico non puoi sparare, da lui non ti puoi difendere, soprattutto se nessuno ti ha dotato dei mezzi minimi per affrontarlo. Maschere, tute e guanti. Le cose che Luciano vedeva indossare dai soldati Usa”. Indifferenza e troppi no il dramma di un uomo E un racconto straziante quello di Maria Grazia, il calvario di un uomo giovane e della sua straordinaria famiglia, in lotta contro le indifferenze. “I muri di no”, li chiama, quelli che si trovano ad affrontare i militari vittime dell’uranio impoverito. Solo nei giorni di Natale ne sono morti due. Gianluca Danise, 43 anni, il primo maresciallo incursore che raccolse e ricompose i corpi dei militari uccisi a Nassiriya il 12 novembre del 2003, e Leonardo Aufiero, morto il 21 dicembre ad Avellino per un tumore che gli aveva attaccato la mascella, i polmoni e il cervello. Anche lui era stato in Bosnia, Kosovo, Afghanistan e Iraq. Anche lui vittima della “sindrome dei Balcani”, il nemico invisibile che fino ad oggi ha ucciso 321 militari, e fatto ammalare di tumore più di 3 mila. “Lo Stato italiano e il ministero della Difesa sapevano fin dal 1986 della pericolosità dell’uranio impoverito”, dice Domenico Leggiero, animatore dell’Osservatorio militare, l’Ong che si batte perché ai militari che hanno contratto malattie per il loro impiego in aree contaminate venga riconosciuto lo stato di vittime del dovere. Un lavoro duro, “devi scontrarti contro le burocrazie militari e il loro potere”, aggiunge Leggiero, ma che ha dato già qualche frutto. Trentotto cause vinte, 18 passate in giudicato. Ma per i militari e le loro famiglie è un calvario straziante. “Quello di mio fratello – ci racconta Mara Grazia – iniziò con piccole perdite di memoria e dell’equilibrio. Le prime visite all’ospedale militare del Celio e la diagnosi. Tumore al cervello, pochi mesi di vita”. Una sentenza di morte che la famiglia non accetta. Si può, si deve tentare. Il marito di Maria Grazia, che insegna educazione fisica nei licei, è biologo, curioso, si attacca a Internet per trovare una soluzione. “Luciano – è il racconto della sorella – viene operato all’Humanitas di Milano, fa 30 sedute di chemio e radioterapia. Ma il tumore continua a crescere. Non camminava, non parlava più. Grazie a Internet scopriamo che in Germania c’è un oncologo-virologo che combatte il tumore al cervello con virus oncolitici. È il dottor Arno Thaller. Ci andiamo ed iniziamo le cure”. E qui comincia la battaglia contro i muri. Quello del ministero della Difesa. Maria Grazia scopre l’esistenza dell’osservatorio, porta il fratello a Modena e lo fa visitare dai professori Gatti e Mantovani. “Scopriamo che Luciano aveva forti presenze di particelle di acciaio nel cervello sicuramente provocate dall’esposizione in aree contaminate dall’uranio impoverito. Ora stiamo combattendo con il ministero perché gli venga riconosciuto lo status di vittima del dovere. Ma è difficile. Che delusione: mio fratello ha dato tutto allo Stato, ma l’Italia ci sta voltando le spalle”. L’infinita lotta contro la burocrazia italiana Luciano fa cure all’estero che in Italia non sono riconosciute, l’Asl non paga. Perché la burocrazia sa essere ottusa e inflessibile. “L’immunoterapia – racconta Maria Grazia – è praticata a Milano e a Bologna, a Siena sta dando ottimi risultati per alcuni tumori. Abbiamo scritto al ministero della Sanità che ci ha invitato a rivolgerci alla Asl, lo abbiamo fatto e ci hanno risposto che non esistono evidenze scientifiche sulla validità della cura, abbiamo portato una pila di documenti. Non li hanno letti. Ci siamo rivolti alla magistratura e anche in quel caso abbiamo ricevuto dei no”. Una lotta disperata. Una famiglia sola. “Luciano è a casa, nel suo letto, con la sua famiglia. Lo assistiamo noi e i volontari di Ryder Italia. Diciamo che non è un costo per lo Stato. Ha 1.500 euro di pensione che non bastano a coprire i costi delle cure. Anche quella gli hanno dato con 6 mesi di ritardo per dei disguidi tra Inps e Aeronautica. Quanto abbiamo speso? Finora 100 mila euro, 35 mila li dobbiamo ancora pagare. Mio padre ha venduto un terreno, è disposto svendersi la casa perché al figlio venga data una speranza”. Maria Grazia ci lascia, deve andare da Luciano. “Perché ogni giorno strappato alla morte è un miracolo”. (pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 31 dicembre 2015)

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