La leggenda del “monaco maledetto” e la chiesa sconsacrata di S.Omobono a Catanzaro..

La storia di Catanzaro è costellata di luoghi, pubblici e privati, distrutti o a causa di eventi naturali  o per ragioni politiche e sociali e ricostruiti sullo stesso luogo ma con  forme diverse.

 

Ecco perché la Chiesetta sconsacrata di Sant’Omobono, in pieno centro storico e a due passi dal centralissimo Corso Mazzini, rappresenta un elemento di richiamo per i catanzaresi veraci: essa è infatti l’unico esempio di struttura architettonica rimasta quasi intatta nei secoli e, contemporaneamente, la costruzione più antica che la città possa vantare. Ecco perché, intorno alla chiesetta sconsacrata circolano molte voci e molte leggende. Una di esse riguarda il fantasma di un monaco.

La chiesetta, ormai da tempo sconsacrata, di Sant’Omobono, è situata nel Centro storico di Catanzaro, a due passi dal Corso Mazzini, dal quale è separata da un piccolo vicoletto poco illuminato. La chiesetta affaccia su via De Grazia, che si imbocca da Piazza Garibaldi (la piazza antistante il complesso mussale del S. Giovanni).
Sant’Omobono era all’origine un tempio di culto legato alla chiesa greco-ortodossa. Basiliani erano i suoi costruttori come anche i primi religiosi che vi dissero messa per molti, molti anni. Poi, la chiesa e la piccola comunità di rito greco-ortodosso, come spesso succede, finirono in mezzo alla Storia con la S maiuscola e, come sempre accade, ne furono travolte.

La comunità e la chiesa stessa, raccontano le storie della città, furono fatte oggetto di azioni violente da parte della chiesa cattolica, che aveva avviato un processo di “occidentalizzazione” della regione nel tentativo, perfettamente riuscito, di  affermare (e non, come sostiene qualcuno, “riaffermare”) il controllo cattolico sul Meridione e sulla Calabria in particolare.
Si dice che siano stati trovati, durante alcuni non meglio precisati “scavi di restauro nell’ ‘800”, degli scheletri umani sotto il pavimento (forse i monaci, sopraffatti da emissari dei Normanni o del Papato romano?).
Ebbene, come tutte le vecchie costruzioni che si rispetti, la chiesetta ha avuto una storia lunga e tormentata, completatasi con la sconsacrazione e l’utilizzo da parte dei soldati napoleonici come polveriera prima, da un privato come magazzino poi. Solo da poco recuperata al demanio, la chiesetta è comunque ammantata di leggende e storie curiose. Una di esse ci racconta di un fantasma per una volta tanto benigno, che non spaventa i malcapitati ospiti con apparizioni e rumori o urla terrificanti ma anzi, moderno Lare, aiuta i poveri e i deboli che hanno la fortuna di incontrarlo.
Il fantasma, riportano le leggende catanzaresi, appare solo a notte inoltrata e solo a persone molto povere o con gravi problemi finanziari. Molte storie sono incentrate sul fantasma di Sant’Omobono, alcune anche abbastanza recenti, tanto che esistono ancora in vita i (in questo caso) fortunati testimoni dell’apparizione o persone che hanno sentito il racconto dalla loro viva voce. L’apparizione più recente risale ai primi anni ’50.
In quel periodo, accanto alla chiesa, nello spazio in cui si apre la piazzetta e il palazzo nobiliare, oggi per lo più occupato da automobili in sosta, c’era un orinatoio. Era notte, una notte fonda  e buia, illuminata debolmente dai pochi lampioni della zona. I fratelli Ciccio e Benito S. stavano recandosi sul posto di lavoro (erano infatti entrambi fornai), sito poco più in basso lungo la strada, subito dopo la chiesa  di Sant’Anna, ora quasi sempre chiusa.
Colto da un bisogno improvviso, uno dei due fratelli si ferma davanti all’orinatoio. Ed ecco che, sulla scalinata della chiesetta, appare una figura in saio, piccola e quasi rattrappita. S. raccontò in seguito di aver visto una ombra con lenzuolo (o forse un drappo), oppure di un essere vestito come un monaco bizantino (non a caso, visto che la chiesetta ormai sconsacrata era una chiesa basiliana), comunque un essere umano in abito talare.
I due hanno una crisi di panico: l’apparizione era stata immediata, in un attimo la figura emerge dalle ombre e per i due non ci è alcun dubbio: si tratta di un fantasma. Ciccio, terrorizzato, scappa subito via, senza voltarsi indietro, nemmeno per vedere se il fratello lo seguiva o la straordinaria apparizione fosse sui suoi passi. Benito, invece, affronta l’apparizione, secondo alcuni perché non aveva paura di niente e di nessuno, secondo altri perché paralizzato dalla paura. Ma l’apparizione non voleva fare del mare a nessuno dei due. Anzi, al giovane Benito S., rimasto impavido ad attenderla, da anche i numeri con i quali i due giovani poi hanno vinto una discreta somma al lotto. E mai vittoria fu più meritata e desiderata. Sia Benito (ancora vivente) che Ciccio abitavano poco lontano dal luogo dell’apparizione, a Largo L. Settembrini, con la famiglia. Il loro padre non navigava certo nel lusso: commerciante a domicilio di merceria, aveva serie difficoltà a mantenere una famiglia numerosa, tanto che i due ragazzi dovettero lavorare fin da piccoli per “aiutare la baracca”. Con quei soldi, che la benevola apparizione aveva così generosamente donato loro, i due comprarono una casa, misero su un negozio e avviarono una piccola attività che diede loro al possibilità di vivere agiati con tutta la loro famiglia.
E del fantasma dei numeri? 
Secondo alcuni, il fantasma era uno di quei monaci greco-ortodossi (aveva forse anche il vestito del rito ortodosso, ma Benito e Ciccio non potevano certo conoscere la differenza) sepolti sotto il pavimento della chiesa, che espiava la propria morte violenta aiutando chi si trova in difficoltà. Secondo altri, era in realtà uno spiritello benigno, un elfo. 
Comunque sia, del fantasma non si è più avuta traccia. Forse anche lui è rimasto vittima della modernizzazione: il continuo passaggio di auto frettolose e distratte lo hanno privato anche della piccola soddisfazione di dare una mano a qualcuno. Oppure è colpa della la luce elettrica, dell’illuminazione pubblica che ha strappato a quell’angolino un tempo buio e tenebroso tutto il suo mistero e il suo fascino di antico sapore. Chissà se riapparirà ancora…

 

fonte:http://www.centrostudibruttium.org/

 

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