11 aprile 2017

LAMEZIA TERME – Corruzione, peculato, falso, abuso d’ufficio, concussione, induzione a dare o promettere utilità, millantato credito. È questo il lungo elenco di reati contestati ai massimi dirigenti della Sacal, la società di gestione dell’aeroporto di Lamezia Terme. Ai domiciliari sono finiti il presidente Massimo Colosimo, il direttore generale Pierluigi Mancuso ed Ester Michienzi, responsabile dell’Ufficio legale, ma altre misure interdittive sono in corso di deliberazione anche per 12 componenti del Consiglio d’amministrazione della società, inclusi pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio legati alla gestione della Sacal. Si tratta di Emanuele Ionà (consigliere, rappresentante del Comune di Lamezia), Vincenzo Bruno (consigliere, presidente della Provincia di Catanzaro Pd), Gaetano Pignanelli (consigliere e rappresentante della Regione) e, per il socio privato, di Roberto Mignucci (consigliere, rappresentante di Adr Aeroporti Roma)degli imprenditori Floriano Noto (consigliere), Benedetto De Rango (consigliere), Francesco Grandinetti (consigliere).
Tutti gli indagati sono a vario titolo coinvolti nell’inchiesta della Guardia di Finanza e della polizia di frontiera, coordinate dalle pm Marta Agostini e Giulia Maria Scavello della Procura della Repubblica di Lamezia, che ha passato al setaccio gli appalti, le assunzioni e la gestione dei fondi pubblici affidati alla Sacal, facendo emergere una serie pressoché infinita di illeciti.

Per i magistrati, la società era diventata una sorta di suq, dove si barattavano o si vendevano posti di lavoro e consulenze in cambio di favori, cene e pranzi di lusso, viaggi, con la benedizione di esponenti della politica locale. Nel mirino di investigatori e inquirenti, è finito il progetto pubblico “Garanzia giovani”, con cui la Regione ha finanziato una serie di tirocini retribuiti presso la Sacal, in teoria pensati per impiegare giovani disoccupati meritevoli. Obiettivi rimasti solo sulla carta di progetti e protocolli d’intesa. Alla società che gestisce l’aeroporto di Lamezia Terme hanno trovato lavoro solo amici e parenti degli indagati o candidati segnalati da politici locali e dirigenti pubblici. Stesso metodo di “selezione” veniva utilizzato per affidare inesistenti o inutili consulenze, o ancora per artefatti concorsi interni, che hanno finito per promuovere a più alti e meglio retribuiti incarichi soggetti meno qualificati di molti concorrenti esclusi.

Ma la società non serviva solo per gestire clientele. Nei conti della Sacal sono finiti anche lussi e sfizi personali dei dirigenti, che a spese della società hanno pranzato e cenato in ristoranti rinomati, hanno viaggiato in lungo e in largo e soggiornato in hotel e residence a cinque stelle. E non si tratta di comportamenti episodici. Alla Sacal – spiegano gli inquirenti – era la norma. A testimoniarlo ci sarebbero migliaia di documenti sequestrati nel corso di diverse perquisizioni, che hanno costretto i finanzieri anche a rovistare nelle buste della spazzatura dove più di una volta gli indagati hanno cercato di nascondere materiale compromettente.

Si tratta di un vero e proprio terremoto per la società mista, che vede fra i suoi principali soci l’impresa Lamezia Sviluppo di Antonino Tripodi, l’amministrazione comunale lametina (20,71%), l’amministrazione provinciale (11,52%) e comunale (6,01%) di Catanzaro e ad Adr, Aeroporti di Roma. E a subirne le conseguenze potrebbe essere non solo lo scalo di Lamezia Terme, ma anche per il già precario sistema di trasporti calabrese. Da febbraio, dopo una lunga battaglia giocata a colpi di ricorsi amministrativi, Sacal gestisce infatti anche gli scali di Reggio Calabria e Crotone, da tempo in crisi e oggi in lotta contro la chiusura.

L’esistenza di un’inchiesta sulla società era già emersa nell’agosto 2015, quando la Finanza si è presentata negli uffici di Sacal, esibendo un decreto di perquisizione e quattordici avvisi di garanzia. Un blitz reso necessario dal casuale rinvenimento di cimici e microspie negli uffici del presidente Sacal Massimo Colosimo e del direttore generale Pierluigi Mancuso, come in quelli di alcuni dirigenti e nella sala riunioni. A scoprirle erano stati alcuni tecnici che stavano controllando l’impianto di climatizzazione.

Da quel momento in poi, le visite degli investigatori agli uffici si sono moltiplicate, così come l’acquisizione di documenti relativi agli appalti e alle assunzioni e gli avvisi di garanzia notificati agli indagati. Oggi la procura sembra pronta a tirare le conclusioni.

fonte : http://www.repubblica.it